DJ PREMIER: L'INTERVISTA di Max Mbassado' |
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 courtesy of © GangStarr Foundation/Noo Trybe
Alla luce dell’ampio prisma musicale che contraddistingue la tua produzione, a quale filone musicale ti ispiri di più?
Premier: “In realtà non c’è un filone o un genere musicale così netto, adoro il soul, il jazz, il vecchio R&B, il reggae, l’importante è che trovi qualcosa che veramente mi piace. Possono a loro volta essere fiati, un giro di piano jazz, uno di chitarra bossa, batteria o un vibrafono; non è tanto il filone quanto il fatto che sia una bella idea musicale”.
Come credi si sia evoluta la figura del dj in quella di un vero e proprio musicista turntablist?
“Sin dalla sua nascita, l’hip hop è sempre stato un modo innovativo di fare musica. Negli anni di alti e bassi ha comunque mantenuto sempre la sua freschezza ed innovazione. Si è sempre cercato di raggiungere il prossimo livello. All’inizio grazie ai pionieri come Dj Kool Herc, GrandMaster Flash o Grand Wizard Theodore l’inventore dello scratchin’. Dalla strada spianata da questi pionieri è toccato poi a noi evolvere il linguaggio ad una nuova frontiera. Ho dato il mio contributo, così come gli Xecutioners, gli Invisible Scratch Pickles che hanno reso il turntablism quello che è oggi. Con il tempo chiaramente i mezzi sono cambiati e ciò si riflette anche nel modo di esprimere il turntablism”.
Qual è il tuo modo di porti di fronte alla musica e alla cultura hip hop?
“Semplicemente punto all’essenza, al cuore dell’hip hop, nella sua forma più pura. Ecco che arriviamo così al Real Hip Hop; Mcin’ e Djin’ dalla propria mente” (“Mcin’ n’Djin’ from ya own mind”, Premier cita “You know my Steez” – n.d.r.)
Sei stato messo in cima a tante classifiche come uno dei migliori produttori; cosa significa per te produrre un disco?
“Produrre non è solo fare il beat, ma curarne tutto l’aspetto musicale, l’arrangiamento, sapere dove incastrare le cose, dove rendere il pezzo più scarno, per poi rivestirlo, sapere dove aggiungere uno scratch ed un cut. Vedi, la questione del sampling è più complessa di quanto non sembri. Tutto nasce da li ed è da lì che la musica hip hop si è evoluta, prendendo una porzione di un disco che hai in mente di estendere. E’ come prendere due copie di un disco per estenderlo all’infinito. Si tratta di una vera e propria arte, a condizione che non venga abusato. Il SP 1200 era il primo sampler da cui ho imparato. Un mio amico avevo il Yahama DX7, ma era soprattutto una batteria elettronica, con quei vecchi suoni Divine Sounds, ma erano suoni datati, quindi la sfida era estrapolare quei kick (gran cassa) e snare (rullante) dai vecchi dischi; questo è cio’ che Marley Marl faceva. Quando uscì lui era tutto focalizzato sul SP 900 e sul SP 1200. Lo stesso discorso vale per 45 King che mi ha insegnato molto sui kick e gli snare”.
Segue...


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